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Dopo Weylandt: un figlio compensa la morte o la rende più insopportabile.

16-05-2011 10:32 - Storie & Avventure
Mar Roldan
Un figlio compensa la morte?
O la rende ancora più insopportabile?

di Tommaso Pellizzari (rubrica ´la 27a ora´)

Il fatto che An-Sophie, la compagna di Wouter Weylandt, sia al quinto mese di gravidanza è qualcosa che rende ancora più terribile la morte del ciclista belga al Giro d´Italia il 9 maggio. Ma c´è stato qualcos´altro, nelle foto di quella ragazza, che mi ha colpito, e non ho saputo che cosa fino a quando non ne ho parlato con mia moglie.

Perché lei mi ha risposto al volo: "È come la fidanzata di quel calciatore".

Ma certo. Avrei dovuto ricordarmelo io, che scelsi e misi in pagina, nell´agosto del 2007, la fotografia (straordinaria e atroce) dell´indicibile dolore di Mar Roldan, compagna di Antonio Puerta, giocatore del Siviglia di 22 anni morto tre giorni dopo essersi sentito male durante una partita di Liga. Il fotografo l´ha colta in un urlo disperato, con il volto deformato dal dolore, la mano sinistra a tenere la pancia e due amiche che la sostengono.

Nessuna foto, invece, di Consuelo, moglie di un altro ciclista - Alessio Galletti - morto a 37 anni, nel giugno 2005, per una crisi cardiaca durante una corsa minore in Spagna. Al momento era incinta di tre mesi, e il giorno prima aveva spedito al marito un mms la foto del primogenito, che di mesi ne aveva appena 9.

So che non c´è nessuno valore statistico in questo, anche perché non c´è niente di strano nel fatto che ragazzi di 22, 25 anni o uomini di 37 fossero in attesa di diventare padri (e chi ha letto Sportswriter di Richard Ford sa pure che per i professionisti dello sport la cosa è ancor meno sorprendente). So anche, però, che la foto di An Sophie ha suggerito a mia moglie un´altra riflessione:

"Vedi, se avessimo un figlio e tu morissi, non resterei sola e di te mi resterebbe qualcosa".

Riflessione che in me ne ha suscitato una opposta:

"L´idea di restare da solo con nostro figlio renderebbe la tua morte ancora più insopportabile".

Adesso in teoria verrebbe la parte facile. Potrei scrivere che è proprio qui che si vede la differenza tra donne e uomini, tra chi è stato scelto dalla Natura come donatore di vita e chi no. Potrei aggiungere che queste giovani donne incinte sono l´emblema della forza delle donne, del loro coraggio rispetto al mondo. Ma non lo farò, perché è una retorica (nel senso proprio di arte di parlare e scrivere) che non mi piace quando proviene dalle donne, ma che proprio detesto se a proporla è un uomo. Non dirò niente di tutto questo perché il giorno dopo la morte di Weylandt, la Gazzetta dello Sport è andata a intervistare Annalisa Casartelli, che aveva 23 anni quando suo marito Fabio (a 24) morì sulle strade del Tour de France. Non era incinta, solo perché il loro figlio Marco era nato da tre mesi.

"Lo guardavo e mi domandavo: e adesso? Temevo che fosse un peso, invece era un regalo".

Vorrei avere una conclusione, per tutta questa specie di ragionamento, ma non ce l´ho (a parte forse che la vita a volte fa davvero paura). Dev´essere perché, in fondo, si trattava solo di provare a descrivere, e condividere, un´emozione nata da una notizia e da una fotografia.



Fonte: Corriere.it

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