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In ricordo di Andrea Mariotti (2007)

31-07-2010 - Amarcord
Andrea Mariotti all´arrivo di una FirenzeMarathon
Una leggenda ripresa da Erodoto narra che Cidippe di Argo, sacerdotessa di Era, secondo il rito, nella ricorrenza del sacrificio doveva raggiungere il santuario della dea distante 45 stadi. Già era salita su di un carro, parata di tutti i sacri arredi, nell´attesa che fossero condotti i buoi per trainarlo. Ma le bestie tardavano ad arrivare e Cidippe, che non poteva assolutamente far mancare la sua presenza al tempio, invocava l´aiuto di tutte le persone intorno a lei. Nessuno però accettava di sottoporsi ad uno sforzo tanto immane , sostituendosi alle bestie. Soltanto i due figli Cleobi e Bitone, mossi da amorevole compassione di fronte alla madre disperata, toltisi le vesti, si curvarono sotto il pesante giogo. Così la sacerdotessa fu portata al santuario sul cocchio tirato dai figli.
Commossa da tanta devozione filiale, la donna pregò la dea di concedere loro il più grande premio che una divinità può concedere agli uomini. Trascorse poche ore, dopo aver partecipato al banchetto con la madre, i due giovani si coricarono . Il mattino seguente furono trovati morti.
Il concetto, molto comune alla tradizione letteraria classica greca e latina, può sembrare l´espressione di una visione pessimistica della vita. Però io, applicandolo all´amato Andrea, pur nella consapevolezza che mi sarà difficile convincere del contrario chi pensa che è comunque ingiusto morire a poco più di 50 anni, sono quasi certo che il suo ottimismo, la sua fiduciosa comprensione verso il prossimo, la sua sensibilità, il suo essere in armonia con se stesso sarebbero crollati, travolti dall´inasprirsi delle incomprensioni famigliari e dall´irrompere della malattia. E niente sarebbe stato come prima.
In una notte di gennaio dunque, a otto giorni dal suo cinquantunesimo compleanno, anche il cuore di Andrea ha cessato di battere. Anche a lui , come ai gemelli argivi, distintisi per la totale offerta all´amore materno, la divinità ha riservato il premio più bello: morire nel sonno.
Esemplare è stata la sua vita. Uomo intelligente ma modesto, frugale, schietto, capace di conservare una sua innata purezza nel caos sociale che ci avvolge e ci aliena. Mixer feroce di protervia, egoismo, indifferenza, invidia, apparenza, profitto ad ogni costo.
Mai ad alcun altro medico ho visto conferire un´interpretazione più altruistica e umanitaria al giuramento di Ippocrate. Una simile valenza deontologica , anche se egli non si allontanò mai dalla sua comunità di San Casciano, potrei paragonarla solo a quella dei volontari di emergency. Lo dico senza ombra di iperbole,
I suoi 1500 pazienti li trattava tutti come amici, senza distinzione, prima ancora che come pazienti. Non già per mire di carriera, non per ricevere ricompense e gratificazioni, bensì per una dedizione straordinaria verso i problemi, le difficoltà, le necessità altrui.
Non si negava mai ad alcuno , sia che fosse il telefono a squillare, sia il campanello del suo portone. Nelle ore più insolite, al mattino come a tarda sera. Passando lungo la Toscoromagnola, la luce del suo studio si vedeva quasi sempre accesa.
Si schermiva, se gli si chiedeva la cifra del suo onorario, allorché, andando ben oltre i doveri che gli discendevano dal cartello professionale , faceva visite specialistiche o rilasciava certificazioni a pagamento.
Distaccato dal denaro, sobrio nel vestire, morigerato nel cibo e nel bere, estraneo ad ogni esibizione ambiziosa o affettata.
Il canone estetico sul quale più volentieri dava la sua opinione era l´avvenenza femminile; la sua vera passione la corsa. E così, ogni volta che andavo a trovarlo, i suoi occhi chiari si illuminavano di felicità perché, accantonando per un momento farmaci e ricettari, terapie e stetoscopi , gli facevo da sponda per divagare a briglie sciolte su allenamenti, ritmi, scarpe, maratone. E, immancabilmente, sulle belle donne.
Tanto era magnanimo nei rapporti sociali e professionali, quanto , appunto, appassionato e convinto nella sua adesione totale alla pratica del nostro sport preferito.
Eppure, quando lo conobbi, praticava ancora alpinismo e ciclismo. Forse, all´inizio, giudicava il suo fisico possente inadeguato per la corsa.
Tuttavia, dalla curiosità con cui mi ascoltava mentre gli parlavo di metodologie di allenamento, di ritmi, dell´agonismo che ti entra nel sangue, delle sensazioni forti e intense che solo correndo puoi sentire nascere dentro di te, della fatica nelle competizioni che ti prostra il corpo ma ti eleva l´animo, capivo che sarebbe stato uno di noi.
E infatti, dato il suo estro conversevole e spiritoso, ben presto da discepolo divenne maestro. E con il medesimo entusiasmo di un fanciullo, mi raccontava dei suoi progressi, dei chilometri che si allungavano, dei tempi che si riducevano, degli amici antagonisti che, uno dopo l´altro, si lasciava alle spalle. Io, per il momento, restavo fuori dal suo mirino, però non sapeva per quanto tempo ancora potevo dormire tranquillo.
La maratona divenne subito il suo mito. Non le distanze intermedie. Quelle non lo interessavano. Un anno dopo l´altro, scegliendo come banchi di prova Firenze o Roma o Venezia, si imponeva di limare la prestazione precedente e avvicinarsi all´obiettivo delle tre ore. Certamente , non ricordo con esattezza in quale edizione, a Firenze, ci sarebbe riuscito se una bronchite maligna, costringendolo a fare ricorso massiccio ad antibiotici fino al giorno stesso della gara, non ne avesse affievolito le potenzialità. Era la volta in cui, contrariamente al suo costume, sentendosi confortato da una preparazione attenta e meticolosa, ostentava tale spavalderia da accettare scommesse sul fatto che avrebbe messo in riga tutti i suoi compagni di gruppo. Solo un evento sfortunato, in quella circostanza, glielo impedì.
Poi giunsero i tempi tristi del problema ad un piede . Provò dapprima, quando più forte avvertiva il disagio nel correre, a perseguire con la bicicletta lo stesso avvertimento di benessere fisico e psichico. Inutilmente. Ma non si dava per vinto. Se accettava di operarsi, gli erano state prospettate ottime possibilità di ritornare quello di prima. Si sottopose di buon grado non già ad un solo intervento -che purtroppo non sortì gli esiti sperati, lasciandolo addirittura claudicante - ma anche ad un secondo.
E finalmente per lui sembrava tornato il sereno. Aveva ripreso a correre "lungo", a inseguire quel traguardo, al di là del quarantaduesimo chilometro, che solo un podista può sapere quanto sia appagante.
Con il 2007 era deciso ad arricchire il suo palmarès di ben due risultati : Pisa e New York. Ma in una notte di gennaio, la Morte, imponderabile esecutrice del nostro destino, si è adagiata al suo fianco. Però, prima di posargli lievemente la fredda mano sulla fronte, ha atteso che il suo ultimo sogno si dispiegasse nelle sequenze più belle. Oltrepassare a braccia levate il finish posto all´ombra della torre pendente, con il cronometro fermo su 2 ore 59 primi e 59 secondi.
Addio, Andrea. Se i miei occhi, come quelli di tutti coloro che ti hanno pianto a lungo, si stanno asciugando , la ragione, alla quale non si può non ricorrere per continuare a vivere quel tanto o quel poco che abbiamo in serbo, chissà per quanto tempo ancora arretrerà sbigottita di fronte al vuoto che hai lasciato.
Roberto Massei
2007


Fonte: Roberto Massei

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