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Memorie di un podista (15a p.): Marathon Fin du Mondo Ushuaia (4a parte)

04-04-2010 - Amarcord
Tiziano Terzani
"Una mappa del mondo che non prevede il paese dell´utopia, non merita neppure uno sguardo". (O. Wilde).

Giunto a Puerto Montt, a prima vista le casupole appese ai fianchi delle colline, i balconi ornati di fiori, i sottotetti dipinti, le piccole finestre incastonate tra gli spioventi, mi indussero ad una confusione geografica: mi sembrava infatti di trovarmi, come per magia, nella Mitteleuropa, in Carinzia o nelle valli del Tirolo. In realtà , questo stile architettonico di ispirazione germanica resta la manifestazione più evidente dell´importante flusso migratorio da questa parte d´Europa verso il Cile, iniziato già nella metà del XIX secolo.

Ed era davvero straordinario il contrasto tra di esso, la rigogliosa vegetazione subtropicale tutt´intorno e la popolazione indigena che animava il quadro mediante un succedersi ininterrotto di mercatini, bancarelle, stuoie distese per terra ridondanti di coperte, tappeti, pellame, cappelli, maglioni. Tutto "autentica alpaca", recitava il richiamo dei pittoreschi venditori. Qualsiasi potenziale acquirente, d´altra parte, che si ispirasse al buon senso, non poteva esimersi dal pensare che non sarebbero bastati tutti i lama del sud America a fornire una simile quantità di materia prima. Forse la Cina aveva già iniziato la riproduzione in grande stile e a basso costo di cloni di quei mammiferi dei Camelidi, un tempo esclusivi delle Ande peruviane e cilene.

A bordo, serata di gala finale proposta dall´imperscrutabile capitano della Infinity, anfitrione più generoso , per l´occasione, di quanto non richiedesse la semplice etichetta, avendo da farsi perdonare la bufala del guasto alla turbina.. Con la duplice, conseguente inattingibilità delle isole Falkland e della maratona di Ushuaia.

Atmosfera avvolgente, grande orchestra di jazz sinfonico alla Gershwin , ritmico e ovattato fruscio di camerieri in pompa magna, costumi trucemente guerreschi ( stile brave heart), di zelanti sommelier, rutilante dispiegamento di carrelli sormontati da cofani dorati, scintillanti come le stupe del Myanmar, impenetrabili custodi di sibaritiche delizie. Un trionfo di effetti artificiosamente esagerati con tematiche banali e gusto kitsch.. Grande cena di addio, disneyana parata finale dell´equipaggio al gran completo, disposto nell´ordine gerarchico direttamente proporzionale al tariffario , da capogiro, delle mance da distribuire proprio al termine di quella esibizione. Niente, in crociera, diventa più obbligatorio di questo compenso facoltativo.

E la Infinity mollò per l´ultima volta gli ormeggi.

Inaspettatamente, una pioggia insistente, senza squarci di sereno. Non mi rimaneva che proteggere lo spirito dal senso di noia dilagante, affidandolo alle cure dell´amato Tiziano Terzani, il quale in Un altro giro di giostra, metafora di un uomo che sta per essere sconfitta dal cancro, si mette istintivamente in viaggio , come da sempre aveva fatto nella sua vita, alla ricerca di una soluzione. Solo che questo è un viaggio diverso dagli altri, e anche il più difficile, perché ogni passo, ogni scelta - a volte tra ragione e follia , tra scienza e magia - ha anche a che fare con la sua sopravvivenza.. E nel silenzio dei grandiosi paesaggi in India, Tibet o Himalaya , Terzani arriva alla stessa conclusione di altri grandi autori della letteratura del secolo scorso. Si tratta, soprattutto, di essere in armonia con l´universo cominciando da se stessi; di saper guardare il cielo ed essere una nuvola, di "sentire la melodia", di essere artefici di una rivoluzione interiore come piccolo contributo alla speranza in un mondo migliore..

Nelle pause, passeggiando avanti e indietro attraverso il foyer, il casinò, il caffè Cova, il centro fitness, il ponte Constellation, il famoso decimo delle abbuffate non stop, il cinema, il teatro, la biblioteca, la galleria di boutiques, (quintessenza di "città ideale" secondo i canoni, non di Piero della Francesca, bensì del consumismo globalizzato), coniugavo immagini e sensazione per consegnarle al patrimonio dei ricordi.

Al risveglio del giorno seguente, la nave era già in porto. Nel monitor controllai che avesse raggiunto il punto estremo del suo periplo, opposto a quello di partenza. Mi affacciai poi all´oblò e, davanti ai miei occhi, si spalancava il luminoso scenario di Valparaiso, sospeso tra la voglia di staccarsi dall´oceano e la riverente sottomissione ai gioghi algidi delle Ande.

Si iniziarono le operazioni di sbarco, una di quelle dimostrazioni di perfezionismo organizzativo tipico della pragmatica razionalità anglosassone che tanto affascina noi italiani, nella consapevolezza che non saremo mai in grado di fare altrettanto. Come, d´altra parte, nessuno ci può eguagliare quando la soluzione dei problemi è affidata a geniali intuizioni o a folgoranti improvvisazioni.

Di lì a qualche ora, mentre su invito di un altro comandante, quello del volo Santiago - Madrid, osservavo, questa volta da una prospettiva di azzurra panoramicità, le cime della catena andina che bucavano il tappeto di nubi sul quale galleggiava l´aereo, i miei pensieri avevano già scavalcato l´oceano.

Tornavo a casa e sapevo che, una volta di più, specialmente in seguito alla bruciante beffa della mancata maratona di Ushuaia, avrei dovuto rintuzzare il sarcasmo di amici podisti e non. Se questa volta mi fosse servita la lezione, se avesse ancora un senso andarsene in giro per il mondo, così spesso e così lontano. Meglio starsene a casa, e, se uno ha proprio voglia di correre una maratona, soddisfarla in maniera molto meno esotica, ma più pragmatica e rassicurante, restando nei confini della Toscana o addirittura in quelli del pluricalpestato suolo pisano - pontederese.

Di contro, ero sicuro che neppure in quel frangente avrebbero vacillato le mie certezze . Che, invece, è proprio a casa che ci si stanca, nell´ambiente e nel mondo di sempre, stritolati dagli assilli e dai doveri, trafitti da mille frecce quotidiane banalmente avvelenate, oppressi dagli idoli della propria tribù.

Inoltre è a casa che ci si gioca, in bene e in male, la felicità e l´infelicità, la passione, il destino.

Il viaggio, anche quello intrapreso con qualche ansia e con tanta passione, per avvicinarsi a un obiettivo agognato (quale la maratona, nel caso di un podista irriducibile come me), è sempre pausa, irresponsabilità, fuga da ogni vero rischio.

Tornavo dunque a casa, nel mondo di tutti i giorni che ci soffoca, ci aliena con la sua opprimente pretesa di apparire ad ogni costo adulto, greve, determinante.

Ma per fortuna, a dispetto dell´avanzare degli anni e dell´intensificarsi di acciacchi ricorrenti e inediti, mi sento ancora in possesso di energiche capacità di ribellione. La loro azione mi sostiene maggiormente nei momenti in cui vorrei non essere cresciuto, in cui riesco tuttora a sintonizzarmi sulla voce del Peter Pan che è in ciascuno di noi. Ed è in questi momenti che mi viene la tentazione, se qualcuno mi cerca per questioni seriose, di nascondermi - magari come gli gnomi delle fiabe sotto i funghi -, sotto uno di quei grandi cappelli che, doverosamente, mi porto a casa, di ritorno dagli angoli opposti del mondo. O che sia un sombrero da indios o uno di quegli ampi coni vietnamiti , scolpiti nell´immaginario e nelle coscienze della nostra giovinezza sessantottina.

Roberto Massei
2005

Fonte: Roberto Massei

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