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Memorie di un podista (16 puntata)

07-04-2010 - Amarcord
Foto d´epoca con a destra ´baffino´ Consani.
Nel mio palmarès virtuale di atleta immaginario, sono tre i risultati che il ricordo ha inquadrato in altrettante cornici d´argento.
Per raccontare il primo, devo ancora una volta risalire allo spirito pionieristico (stile wild marlboro country) del podismo aurorale. Sembrava che questa specialità sportiva, meglio di ogni altra, si adattasse ad una categoria della sofferenza, assimilabile come era agli antefatti storico-mitologici della maratona che, fino dal primo inventore, ha sempre posto l´uomo di fronte ai limiti invalicabili delle proprie doti di resistenza . E allora, quasi che le formule più estreme di "ultramaratone" in cui si sbizzarrivano fantasiosi organizzatori, al di là di un innegabile sadismo apparente, concedessero un viatico di accesso al paradiso - non il paradiso statico e noiosamente contemplativo dei cristiani, ma quello dei kamikaze jihadisti, con cinquanta procaci vergini pro capite in attesa di celestiale deflorazione -, non c´era podista che non sognasse di calcare le sabbie infuocate delle Sirti o di essere visibile dalla luna correndo sulla Grande Muraglia o di sfidare il memento mori ululato dal vento attraverso le vuote orbite dei teschi sparsi nella Death Valley. A chi poi non voleva allontanarsi dal suolo patrio, era offerta la più ruspante chance di scavalcare l´ Appennino fra Toscana e Romagna, o di arrampicarsi sulla sommità dell´ Abetone partendo dalla città di Catilina, oppure, rimanendo nell´hortus conclusus del proprio territorio, cimentarsi nella versione pecoreccia di running estremo, che il gruppo sportivo Nocchi Pompe (altro marchio storico) organizzava (mi sembra di ricordare) per cinque giorni consecutivi a Latignano, tra ovili e cavolaie del Cascinese .
Una delle tipologie più diffuse in questa logica perversa della sofferenza-avanti-a-tutto, era la "ventiquattro per un´ora". Cioè, per ventiquattro ore , che una ferrea catena di S. Antonio di altrettanti podisti per ogni gruppo, teneva collegate senza soluzione di continuità, si correva su di una pista di atletica inseguendo l´obiettivo della cifra più alta di chilometri percorsi al termine della kermesse.. Se il trofeo era attribuito al team nel suo insieme , rimaneva individuale la soddisfazione di avere coperto la migliore distanza nell´ora e, ancor più, avere ottenuto il primato fra tutti i compagni di società.
Adesso che siamo tutti alquanto smaliziati, ci permettiamo di sorridere, anche se dietro un velo di nostalgia , al pensiero di come si doveva svolgere questo cimento, specialmente nelle ore del tutto improbabili dell´alba o della sera, ma, in particolar modo, durante la notte.
Lo scenario del Campo Scuola di Lucca, una delle prime sedi di tale manifestazione, più emblematicamente di ogni altro può fare da sfondo al racconto della fase notturna.
Nessuna città quanto Lucca si presenta avvolta da mistiche atmosfere medievaleggianti che inducono a meditare sul destino ultimo dell´uomo. La contiguità dell´impianto con il cimitero, unitamente al buio totale in cui piombava al calare della notte, perfezionavano l´alone escatologico intorno a quella quindicina di anime tribolanti le quali, inghiottite dal cono d´ombra lungo i tre quarti del circuito, si accontentavano di una fuggevole visibilità recuperata ogni volta che transitavano nel raggio del riverbero spettrale emanato da torce elettriche e lampade a gas posizionate in prossimità delle postazioni di regia.
I giudici di gara, alloggiati in una roulotte museale e, soprattutto, gli addetti alla assistenza e al riscontro dei giri, protetti da ripari di fortuna come tuareg, ben presto si lasciavano rapire dal languore ipnotico della monotonia dilagante, salvo poi sobbalzare violentemente allorché qualcuno dei meschini inanellatori di turno, percependo al posto della scansione sonora delle proprie sofferte ellissi, la mole di fragorosi russamenti, si metteva a sacramentare come un turco al loro indirizzo.
La somma dei chilometri percorsi, più che un risultato aritmetico scaturito da una precisa rilevazione dei dati, era una variante con tendenza rialzista direttamente proporzionale alla aggressiva animosità soprattutto di quanti, solitamente perseguitati dalla nomea di tapascioni, puntavano spregiudicatamente sull´alea notturna per riscattarsi, contestando a giudici pavidi e insicuri errori, sviste ed omissioni, tutti naturalmente commessi a loro svantaggio. Così, a forza di correzioni aggiuntive facilmente ottenute in seguito ad ogni intimata restituzione del presunto maltolto, chi, conoscendo i valori in campo, si trovava il mattino seguente a leggere sui tabelloni come una semplice comparsa si fosse trasformata in un primo attore, non volendo dubitare dell´onestà di alcuno, traeva le conclusioni che la corsa di notte genera miracoli.
In tale contesto agonistico, ma in ora assolutamente meridiana (quanto alla luce) e con modalità di esecuzione trasparenti (quanto alla legittimità del risultato), mi lanciai con l´entusiasmo di un neofita alla scalata delle posizioni di eccellenza nel mio gruppo di allora, il quale si chiamava Maglificio Artigiano, quasi a voler coniugare con il concetto nascente di "sport amatoriale", la medesima austerità e laboriosità di un processo produttivo..
Riuscii a completare 42 giri di pista, equivalenti a 16 chilometri e 800 metri. Che significa una media di circa 3 minuti e 34" a chilometro e ogni passaggio ai 400 in un minuto e 24".
Prima di accingermi a raccontare il secondo dei risultati incorniciati nei miei ricordi, visto che in questa impresa mi fece da spalla uno dei personaggi storici del podismo cittadino, Giovanni Consani, voglio doverosamente cogliere l´opportunità di inserire il suo profilo in una breve parentesi.
Anche perché egli è stato il mio più irriducibile antagonista, in grado di battermi sette volte su dieci, se lo escludessi da queste mie note e sottacessi la rilevanza che gli spetta di diritto nell´ambito del nostro sport, potrei essere tacciato di imparzialità, se non addirittura di invidia.
Dal punto di vista tecnico, rendo subito onore al suo merito, scrivendo che si colloca tra i pochissimi atleti concittadini "amatoriali" che abbiano chiuso più di una maratona sotto le 2 ore e 40 minuti.
Dal punto di vista della attività organizzativa, gli vanno riconosciute le doti di solerzia, perseveranza e anche tenacia - poche volte ahimè ripagate da un qualche successo duraturo -, nell´avere cercato con i poveri mezzi a sua disposizione di conferire al podismo di casa nostra una visibilità comparabile con quella di ambito fiorentino o livornese.
Purtroppo l´ottimo Consani, che non aveva letto Machiavelli o che comunque non aveva fatto tesoro dei suoi insegnamenti, non sapeva che, quando si aspira a ruoli di leader, o si dispone dei "poteri forti" quali l´autorevolezza e, soprattutto, il denaro, o si finisce ben presto tramortiti sotto i colpi di congiure , tranelli, tradimenti di quanti, assolutamente inetti e incapaci di costruire in alternativa alcunché di valido e duraturo, traggono sommo piacere, data appunto la loro infima levatura morale, a mettere in difficoltà chi, in ogni caso, ha dato prova di volontà, dedizione, sacrificio disinteressato.
Ebbero vita breve e travagliata i suoi reiterati tentativi di costituire a Pisa un forte polo agonistico, facendovi confluire tutti i nomi di spicco in ambito non solo provinciale. L´apice del successo lo toccò quando riuscì a rivestire con la casacca degli Ospedalieri atleti quali Davini, Franchini, Cernicchiaro, De Pasquale, per citarne solo alcuni.
Ma, invece di essere apprezzato come risorsa e agevolato verso traguardi ulteriormente gratificanti per tutto l´ambiente, venne continuamente ostacolato e logorato da pulsioni grettamente umorali e disfattiste proprio da parte suoi collaboratori. I quali, se non sbaglio, erano quelli stessi già tristemente noti per aver fallito tutti gli obiettivi che si erano proposti in maniera velleitaria, miope e manifestamente volta a difendere i propri angusti interessi di bottega.

Roberto Massei
2005

Fonte: Roberto Massei

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