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Memorie di un podista (19a parte): Roma, Parigi e New York

16-04-2010 - Amarcord
E continuando a passare in rassegna immagini, impressioni, riflessioni registrate nella mia coscienza e affidate a queste memorie su tema podistico , spentesi le luci di S. Siro in Milano, si accendono quelle sul cupolone di S. Pietro, grande clavicembalo d´argento svettante sui cesellati capolavori di oreficeria delle cento chiese barocche che gli fanno corona . E´ il quadro di una Roma preraffaellita ed estetizzante , quale, ad ogni visita, la leggono i miei occhi incantati , contemplandola nella struggente suggestione delle ore crepuscolari, dalla terrazza del Pincio.
Ho già avuto occasione di esternare la mia assoluta predilezione per questa città, al vertice di una triade che la vede seguita da Parigi e da New York: Tre pietre miliari lungo il cammino della storia umana.
Roma, perenne faro dell´umanità, centro del mondo pagano nell´antichità classica e di quello cristiano nell´età rinascimentale, lungo il cammino della storia cedette il passo a Parigi, allorché quest´ultima fu resa splendida dalla grandeur dei monarchi assoluti. Ma ancor più quando seppe liberarsene , mostrando per prima al mondo , attraverso il pensiero dei lumi , di che lacrime grondino e di che sangue i loro scettri. E non esitò a procedere fino alle ineluttabili conseguenze della Rivoluzione.
L´afflato di libertà , uguaglianza, fratellanza così affermato, mirabilmente tradotto in una concezione architettonica e urbanistica che non ha eguali, con piazze estese, palazzi scenografici, viali larghi e alberati, resta una delle espressioni più alte della moderna concezione del mondo . Liberata dalla cupa simbologia della morte incombente tipica del XVII sec. , esaltata dal piacere di vivere hic e nunc, ridisegnata per agevolare l´inserimento dell´individuo nella collettività, avendolo educato ad egualitarie relazioni con i propri simili.
Poi, quando i cancan della belle époque furono messi a tacere dal rombo del cannone di due guerre catastrofiche e dai sinistri bagliori di altrettante sanguinarie dittature, e, solo un trentennio più tardi, l´umanità rivide la luce della civiltà in fondo al tunnel della barbarie, ci si rese conto che la vecchia Europa stava per pagare dazio all´avanzata travolgente del progresso scientifico e tecnologico . Le metropoli storiche non bastavano più, Il mondo cercava una nuova capitale, globale e avveniristica che racchiudesse dentro di sé la sintesi della progressiva multiformità con cui si presentava già alla metà del secolo ventesimo. E nacque il mito di New York, superba e cosmopolita, opulenta , seducente, raffinata e insieme brutale, futurista e conservatrice, scettica e entusiasta, borghese e proletaria, distaccata e romantica.
Sdipanando dunque il filo rosso di un mio ideale percorso podistico attraverso le strade di queste tre città, ricorderò come a Parigi corsi la mia prima maratona, di cui ho già avuto occasione di narrare le irripetibili emozioni
A New York, meta privilegiata dei miei viaggi, non ho mai rinunciato al fascino unico, in ogni stagione dell´anno, di correre nel Central Park , accompagnato dall´inconfondibile skyline dei grattacieli , ma nello stesso tempo incredibilmente circondato da colline , laghi, prati, alberi e arbusti gioiosamente abitati da migliaia di scoiattoli. Nonché da vaste aree attrezzate per ogni sorta di passatempo e per noi italiani incredibilmente preservate da vandali e graffitisti. E attorniato soprattutto da tanti, tanti runners che, standoti a fianco o incrociandoti o seguendoti, fa crescere in te la considerazione che hai di te stesso, la soddisfazione che provi per il tuo modo di essere, di correre, di vivere.
Purtroppo, fino ad ora , il fragile equilibrio della mia condizione fisica mi ha consentito soltanto di non arrendermi nel vagheggiare la speranza di corrervi in un futuro non troppo lontano la madre-di-tutte-le-maratone, nonché il coronamento della mia carriera.
Speranza che mi permette a questo punto di incasellare al proprio posto un´altra fondamentale tessera nella ricostruzione del mosaico del podismo pisano. Quella del prestigio indiscusso per anzianità di militanza appartenente al generale Vincenzo Montinaro. La sua serietà, la sua onestà intellettuale, la sua esemplare rispondenza ai principi di rettitudine e moralità così nella vita come nella pratica dello sport, mi consentono di porre in secondo piano la più volte focalizzata diversità delle nostre idee politiche. E di elogiarlo , in particolar modo come atleta, non soltanto del passato, ma del presente e del futuro, nonostante l´età anagrafica.
Per il passato, gli appartiene l´onore di definirsi podista ante litteram quando l´accezione del termine non designava ancora un modo diverso di approccio all´atletica, che avrebbe in seguito assunto la valenza di un fatto di costume . E doveva essere cosa avventurosa e straordinaria uscire dallo spazio chiuso degli impianti e mostrarsi per strada alla curiosità di un pubblico più portato al biasimo che all´indulgenza. Certamente l´attivismo della sua scelta professionale lo aveva agevolato in un processo di simbiosi totale tra sport e vita, consentendogli di essere un largo anticipatore dei tempi.
Nel presente, lo si può incontrare mentre ogni giorno si allena non solo con immutato entusiasmo, ma anche con rigorosa e metodica applicazione delle sue vaste conoscenze in campo tecnico. E per il futuro , la sua eccezionale longevità atletica, che gli permette di mantenere un passo di training non molto superiore ai quattro minuti a chilometro, ha fatto sorgere ad alcuni dei suoi amici ed estimatori (fra i quali mi pregio di annoverarmi in compagnia di Diego Sechi, Eric Santoni, Bruno Orciuolo,) l´idea di partecipare alla New York Marathon 2006, onorati se potremo correre al suo fianco e condividere l´esultanza di una sua possibile straordinaria affermazione.
Ora, nel preciso intento di conferire a questa pagina una ciclicità narrativa, la chiudo come l´ho aperta, cioè raccontando di Roma e di come mi allenavo in quella città..
Nella capitale , su mia richiesta, sono stato più volte inviato come commissario d´esame di maturità e sempre ho scelto una sistemazione alberghiera nell´area di Piazza del Popolo.
Ciò mi consentiva di raggiungere direttamente Villa Borghese come luogo privilegiato per le sgambate quotidiane.
Risollevo dunque il sipario su quel parco monumentale che si estende sulla collina del Pincio, in uno dei tanti fervidi pomeriggi del luglio romano. Punto di partenza era la Casina Valadier, e qui subito mi inebriavo dell´´orgiastico frinire delle cicale a loro volta ebbre della trionfante estuosità mediterranea. Lungo gli ampi viali fiancheggiati da pini, palme e querce, dopo essere passato sotto l´obelisco in stile egizio, che la riconoscenza del grande Adriano ai piaceri epicurei procuratigli dall´ amato Antinoo gli fece erigere sulla sua tomba, mi dirigevo verso piazza di Siena, dove, dopo aver compiuto qualche giro sull´anello polveroso sotto i secolari spalti marmorei, mi sentivo pronto alla comparsata in un film gladiatorio. Poi incontravo il Tempio di Faustina e, oltrepassando le Due Piramidi, puntavo in direzione del Giardino Zoologico , costeggiandolo e avanzando verso la Galleria d´Arte Moderna, il palazzo Paolina Borghese, Villa Giulia, Villa Strohl Fern. E di nuovo, a chiudere il circuito, verso la terrazza su Piazza del Popolo.
Un percorso straordinario, cosparso di colonne, statue, fontane, archi, scalinate dove, più che per la stanchezza fisica del correre, mi sentivo vacillare le gambe vuoi per gli effetti della sindrome di Stendal, vuoi per l´amoroso, panico amplesso delle Ninfe Driadi, leggiadre abitatrici dei boschi, le quali è leggenda si innamorino di tutti quelli che passano sul loro territorio. Compresi quelli che lo fanno di corsa e non sono neppure in possesso dell´avvenenza di Narciso.
Roberto Massei
2005

Fonte: Roberto Massei

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