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Memorie di un podista (22a p.ta): "New York, New York!!"

12-05-2010 - Amarcord
A parte il maggiore coinvolgimento emotivo prodotto dalle vittorie italiane negli anni felici della nostra atletica, la 36° New York City Marathon è stata una autentica sublimazione di filosofia dello sport.
Due sfide straordinarie, la prima al femminile, la seconda al maschile, si sono avvicendate a distanza di pochi minuti, immergendoci nel vivo di concitate realtà drammatiche che la più sapiente delle regie non sarebbe mai capace di riprodurre con eguale intensità
Già all´inizio del collegamento televisivo, la keniana Susan Chepkemei, vistosa leader del gruppetto di battistrada che via via si andava sfaldando dietro la martellante percussione delle sue falcate, ci aveva conquistato con la dote dell´avvenenza fisica e la virtù della risolutezza agonistica . E ritenendoci peraltro già paghi dello spettacolo di variopinta ed esuberante armonia di una New York incorniciata con pastelli preautunnali e folla osannante l´evento podistico più amato nel mondo e che la RAI, finalmente godibile nelle domeniche decalcizzate, ci dispensava senza interruzioni, ci stavamo predisponendo alla sua vittoria come ad uno scontato epilogo.
Ma ecco, improvvisamente l´ethos della commedia che si eleva a pathos del dramma.
La bella africana è violentemente squassata da una serie interminabile di incoercibili conati che proiettano irriverentemente verso il cielo l´essenza magmatica delle sue più recondite energie. Una terribile scena di dissociazione autoesorcistica dalla frenesia dionisiaca , la quale erompe proditoriamente da quelle membra d´ebano, dopo averle infervorate di esaltata vigoria, in seguito a chissà quale diabolico patto.
Improvvisamente restituito alle sue sole forze umane, il corpo sembra ubbidire ancora per qualche istante alla volontà che gli dissimula il suo nuovo, fragile stato. I piedi, però, scoprono improvvisamente la pesantezza dell´asfalto; le ginocchia sono sempre più calamitate da una legge di gravità che non è più possibile eludere; la testa ondeggia, quasi a voler riavviare il sincronico movimento di spalle e braccia che si stanno irrigidendo.
Intanto la sconosciuta lettone dagli occhi di ghiaccio e dal nome impronunciabile , che fino a quel momento considerava una vittoria l´ essere rimasta unica superstite dell´azione scompaginante della rivale, intuisce il dramma. Prima, timidamente, cerca di saggiarne la portata, poi, implacabilmente si fa sotto, ormai irriguardosa e tracotante nell´inatteso ruolo di giustiziera che il subitaneo capovolgimento di sorte le ha inopinatamente attribuito. Evita la lubrica frantumazione del sogno di Susan che, riversandosi sull´asfalto, lo ha reso insidioso, gonfia i polmoni dell´ultimo respiro carpito alla sventurata e va a cogliere l´insperato trionfo.
Per lei gloria e ricchezza, per la keniana il triplice secondo posto tra i grattacieli di Manhattan. Un duro colpo per chi si ostina a non credere all´ influsso di fattori magici sulle vicende umane..
Si è appena consumato il primo atto del dramma, che irrompono sulla scena due giganti, un masai e un kalahari. Con una immane volata, lunga 42 chilometri, che ha stroncato ogni altrui strenua resistenza, lottano per concludere, ciascuno da vincitore sulle vie dorate dell´agiatezza, quella corsa con cui, nelle loro terre d´origine, hanno imparato a non lasciarsi sfuggire la vita. L´uno, Paul Tergat, proviene da Baringo, Kenia, cuore arido e affamato della Rift Valley. L´altro, Hendrick Ramaala, dalle savane desertiche dell´Okavango, Sudafrica, dove sia per gli animali che per gli umani, vige la darwiniana legge della selezione naturale. Tergat, dalle altezze sussiegose del suo palmarès, impone ritmi devastanti, ma Ramaala non cede. Lottano spalla a spalla, in un vertiginoso mulinare di gambe, braccia, testa:
La Vittoria, braccata dai due guerrieri per quarantaduemila passi, si è appostata dietro l´ultimo. Anch´esso perfetto per il keniano che, con le braccia alzate, la solleva fino a toccare il cielo. Fallace per il sudafricano, che crolla a terra sulla linea del traguardo, quasi che l´ineluttabilità di una sconfitta decisa dalla sorte, e non dal valore, lasciasse irrisolto l´agonismo tra i due titani dell´atletica.
Ma ora è giunto il momento di deporre la cetra dell´aedo, impropriamente imbracciata per accompagnare la mia occasionale metamorfosi da storico a cronista, e rientrare nei confini del proprio campicello Perché se è vero che " non omnes iuvant arbusta humilesque myricae", è pur vero che il mio assunto, rispettoso delle mie modestissime capacità descrittive, è quello di raccontare il podismo pisano. Magari tenendo sotto controllo, come mi ha invitato a fare una stimata lettrice, nonché valida maratoneta, "le smanie verbali di certi passaggi che suonano più come barocchi esercizi di forma e nulla aggiungono al contenuto". Mi si permetta tuttavia, nello spirito dell´insegnamento desanctisiano secondo il quale separare la forma dal contenuto vuol dire spezzare la vita della poesia, rispondere, per inciso, che la sensibilità di critica letteraria non si educa sui manuali di scienza delle costruzioni.
Di quali altri ritratti dunque potrei arricchire la galleria podistica già da me indegnamente allestita sul filo dei ricordi, volendo innanzitutto non lasciare nell´ombra proprio i più rappresentativi?
Mi si affollano nella mente nomi e immagini. Dai già ricordati Dini, Taglioli, Campani, da me definiti "ascari" in quanto devoti seguaci del maestro Bruno Ceccarini, all´ombroso Scartezzini , sempre aggressivo nella sua ostile timidezza, al sanguigno Roberto Mariotti, perfettamente a suo agio lungo i porno percorsi della pineta di Migliarino, al taciturno Mario Fantacci, che già da molti anni corre, con il suo stile morbido e cadenzato, sulle sconfinate praterie dell´eternità. Secondo il dettato dell´aforisma caro ai tragici greci, che fa morire giovane colui che gli dei amano.
E come non ricordare Mario Cempini e Vasco Faralli, elfiche creature della Tenuta Salviati o il buon Parago, così soprannominato dalla pietanza grigliata della sua trattoria marinese, certo maggiormente a suo agio nelle sempre logore uniformi podistiche che nella (virtuale) livrea di gourmet di periferia? Era sempre l´ultimo a giungere agli allenamenti pomeridiani, e ogni volta, già trafelato per il ritardo e straniato da un lavoro non congeniale, non mancava di sacramentare all´indirizzo di fornitori, clienti, camerieri e tutto l´entourage ad essi afferente.
La squadra che si formava negli spogliatoi del Campo Scuola e da lì partiva in direzione o di S. Rossore o della pineta di S. Piero, era generalmente formata dagli adepti alla seconda scuola di pensiero podistico, fieramente avversa alla prima ceccariniana. Era questa la fazione seguace dell´altro leader Giovanni Consani che, oltre al ricordato Parago, poteva contare su parecchi altri entusiasti ammiratori, tutte maschere indimenticabili di una commedia dell´arte in scena ogni giorno. Mauro Mura, tanto mite e affabile quanto truce nelle sue agognate pulsioni fornicatrici verso le donne d´altri. Andrea Narducci, detto Derrick, perennemente perseguitato da una sfiga biblica che ne faceva un tester privilegiato delle più inusuali anomalie patologiche.
Si aggiunsero più tardi, ma in tempo per mostrare assiduità e incrollabile passione, il Brunello Berretta, il Gianluca Burchielli, detto Grillo per il suo fisico non proprio da marcantonio. Con lui è obbligo però riportare il discorso, dal piano della affettuosa descrizione dei tratti e del comportamento bizzarri e singolari che suscitavano ilarità e simpatia, a quello di una valenza atletica che ha ben pochi riscontri nel campo competitivo del podismo pisano di fine millennio.
Roberto Massei
2005

Fonte: Roberto Massei

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