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Nuove memorie (2a p.ta): i Vivicittà in Italia e ... Materazzi!

07-05-2010 - Amarcord
un vivicittà moderno
La manifestazione podistica che tuttora si svolge in contemporanea in tutta Italia, Vivicittà, nacque nella primavera del 1984.
Fin dal loro inizio gli anni ottanta avevano annunciato cambiamenti epocali nei costumi, negli atteggiamenti dominanti di approccio alla realtà. Le ideologie alimentate dal 68 e che nel decennio seguente si erano radicalizzate in tensioni pseudo rivoluzionarie - il periodo passato alla storia come anni di piombo - , si erano ormai esaurite. Si andava profilando la vittoria del libero mercato sullo statalismo marxista. Vittoria che giungerà al suo compimento con il crollo del muro di Berlino e quello immediatamente susseguente dell´Unione Sovietica.
Si imponevano nuovi modelli di vita, status symbol esclusivamente legati all´apparire, la rincorsa all´arricchimento, il rampantismo in carriera, il consumismo scatenato dall´irrompere sullo scenario mediatico delle televisioni commerciali.
Anche il podismo subì l´influsso di questa nuova mentalità. Quando aveva cominciato a diffondersi a livello popolare, verso la metà degli anni settanta, era ancora imbevuto delle caratteristiche essenziali e austere del proprio tempo.
A chi voleva iniziare a correre - idea per quel tempo assai peregrina e stravagante - bastava un paio di scarpe "da tennis" , una vecchia tuta monocromatica modello zuava rispolverata dai tempi del liceo, un primordiale Timex al quarzo liquido.
Allorché nelle piazze di Firenze, Prato e Pistoia si cominciarono ad organizzare gare competitive, gli ambiti trofei dei vincitori consistevano esclusivamente in coppe e targhe. Ma il vedersele assegnare individualmente, quando si saliva sul podio , era un momento altamente appagante. A noi pisani infatti, podisti di periferia, sul nostro territorio erano riservate, in quei primi anni di attività, esclusivamente "camminate" non competitive, prive di premiazioni individuali. Una medaglia ricordo dell´evento era tutto quanto ci si poteva aspettare. Il trofeo, cioè la mitica coppa, cumulativamente assegnata al gruppo di appartenenza, ci accontentavamo di ammirarla religiosamente custodita nelle bacheche dei gruppi societari.
Il concetto di premio "in natura", ai podisti della prima ora, anime belle intimamente persuase della spiritualità della pratica sportiva, era assolutamente estraneo. Atto di superbia presumere che i nostri sforzi valessero una ricompensa in denaro, abbigliamento o quant´altro.
Poi arrivarono i cambiamenti epocali degli anni ottanta. E il Vivicittà ne fu il suggello podistico.
In Toscana i municipi che accettarono di accogliere la kermesse furono inizialmente soltanto tre, Firenze, Siena e Livorno. Ma altre città sparse in tutta Italia aderirono numerose, coniando slogan inediti : Corriamo nella nostra città restituita a misura d´uomo, Riappropriamoci per un giorno delle strade senza traffico. Slogan che negli anni successivi diverranno tormentoni , tanto più banalmente vuoti quanto più ci si renderà conto della drammatica irreversibilità di un percorso sbagliato verso il progresso e lo sviluppo economico.
Allora si cominciavano a vedere i frutti nefasti della miope e dissennata politica della motorizzazione di massa, voluta dalla FIAT e sostenuta coi soldi dello Stato.
Era stato facile , nel pieno del cosiddetto boom economico , accreditare la convinzione che le infrastrutture futuribili consistessero quasi esclusivamente di autostrade. Le ferrovie venivano snobbate e abbandonate al loro endemico stato di arretratezza; le tranvie urbane ed extraurbane semplicemente smantellate. Ed ogni volta che sfioro l´argomento, non posso, da pisano, non cedere alla nostalgia del nostro mitico "trammino" da Pisa a Livorno attraverso le pinete del litorale. Veicolava verso il mare le nostre emozioni, i nostri sogni di gioventù immergendosi in un paesaggio boschivo dal fascino dannunziano, ancora immune da qualsiasi motivo di degrado ambientale.
Ma voglio sottrarmi rapidamente ai rimpianti per tornare ai ricordi del Vivicittà.
L´iniziativa incontrò tali consensi di partecipazione che, a partire , se non ricordo male, dalla terza edizione e per la durata di qualche anno, assunse carattere internazionale. Si correva anche in alcune città europee . Perfino a Budapest. Quasi un annuncio del primo cedimento delle "cortine di ferro" sotto la spinta del gioioso affratellamento sportivo .
Per conferire ancora maggiore solennità all´evento, era stato imposto un unico orario di partenza. Starter d´eccezione la Rai, attraverso il giornale radio uno. Alle dieci in punto il via per tutti, sulle note struggenti della musica di Vangelis, per Momenti di gloria. Il film cult di una visione romantica del podismo.
Inizialmente la distanza prescelta furono i ventuno della mezza maratona. In seguito, allo scopo di semplificare la macchina organizzativa e non dissuadere chi temeva l´approccio a un cimento di tale importanza, si ripiegò su lunghezze inferiori, comprese fra i dieci e i dodici chilometri.
Successo enorme di pubblico. Proprio in quegli anni l´atletica italiana stava vivendo i suoi momenti di gloria. Forse irripetibili. Sulla scia del leggendario Pietro Mennea , che per primo aveva reso veramente popolare quello sport, fiorì una serie straordinaria di campioni. Nel mezzofondo Panetta, Cova, Antibo, Mei, Lambruschini; nella maratona Pizzolato, Poli, Bordin, Laura Fogli. Consapevole di non averli menzionati tutti, mi piace ricordare separatamente , per non dissimulato spirito campanilistico, i pisani Giovanni Bongiorni e Riccardo Materazzi, entrambi "nazionali". Il primo velocista ; l´altro mezzofondista . Proprio in quel 1984 , da cui prende le mosse la storia di Vivicittà, il nostro concittadino Materazzi si fermò ad un soffio dall´alloro olimpico. Si conquistò tuttavia l´alto onore di correre la finale dei 1500 metri ai Giochi di Los Angeles. A fianco di un certo Sebastian Coe.
Si viveva dunque un clima di grande entusiasmo. E´ nel costume degli italiani trasformarsi in praticanti (pochi) e maestri (molti) delle specialità sportive di volta in volta in auge. Fermo restando nel tempo il calcio che appartiene al dna nazionale tramandato di padre in figlio, negli ultimi decenni ci siamo trovati tutti , periodicamente, ad assistere a dotte e appassionate dissertazioni ora sulla vela, ora sullo sci, ora sul nuoto, ora sull´ automobilismo. Perfino sul curling , inserito come puro divertissement , a mio parere, tra le discipline olimpioniche di Torino 2006.
In quello scorcio di anni ottanta, al traino dei grandi campioni , la disciplina regina delle olimpiadi sembrava aver conquistato la pole position nel cuore degli italiani. E allora tutti in mutande, a correre per le strade. Nessuno voleva rinunciare alla ghiotta opportunità offerta dal Vivicittà.
C´ero anch´io , alla partenza di Livorno, in via dei Pensieri. Ventuno chilometri su quel percorso in città e lungomare che sarebbe stato consacrato in futuro da centinaia di altre manifestazioni, maratona compresa. Il mio tempo sulla distanza fu in linea con lo standard di rendimento di allora. Inferiore all´ora e venti minuti. Non ricordo esattamente quale fu il mio piazzamento. Ricordo bene invece i momenti di pura felicità della premiazione. Tornai a casa con un´ elegante tuta gialla griffata Ellesse, in quegli anni il marchio più trendy nell´abbigliamento sportivo. In più, il massimo tra gli oggetti di desiderio podistico: un paio di scarpe running della medesima griffe Ellesse.
Se, parafrasando il poeta Virgilio, è lecito "magnis componere parva", cioè confrontare con le grandi le piccole cose, la mercificazione delle fatiche podistiche iniziata in grande stile da quell´evento, suggellava il desolante tramonto delle ideologie e il sorgere di un visione del mondo fondata sull´interesse economico.

Roberto Massei
2010

Fonte: Roberto Massei

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